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fornitore ufficiale della real casa borbonica delle due sicilie
Ombrelli di Mario Talarico
Rassegna Stampa

- 17-12-2003 -

Il Mattino

L'ombrello di seta che conquisto' Eduardo

di Paola Perez - 17 dicembre 2003

È la sera della prima, si recita «Natale in casa Cupiello». Alla fine del secondo atto Eduardo porta in scena un ombrello, regalo per la moglie, e alla battuta da copione - Tu scendi dalle stelle, Concetta bella, e io t’aggio purtato quest’ombrella - aggiunge una frase a braccio.
«Proprio come lo volevi tu, di seta e con il manico di corno. L’ha fatto per te un amico mio». L’amico è Giovanni Talarico, maestro dei parapioggia e dei bastoni da passeggio. E l’ombrello, dopo lo spettacolo, che fine fa? Troppo bello per tornare in bottega: resta in casa De Filippo.

L’attività di famiglia inizia nel 1860 in via Trinità degli Spagnoli. Achille Talarico, il papà di Giovanni, guida una squadra di ottanta operai: non solo ombrelli e bastoni ma anche ventagli e cinture, tra i clienti la Casa Reale e il fiore della nobiltà napoletana.

Quando il testimone passa a Giovanni, nel 1920, il laboratorio si trasferisce in vico Due Porte a Toledo. Giovanni ha sette figli, cinque maschi e due femmine, ma uno soltanto seguirà la sua strada. Si chiama Mario, a dodici anni mette insieme il primo ombrello, e oggi che ne ha settantadue non si sente ancora pronto per la pensione: «Sapete che cosa ho visto appena nato? Tanti ombrelli appesi al soffitto. I miei genitori non potevano lasciarmi da solo in casa, così mi portavano in bottega e mi mettevano a dormire in un cassetto del bancone imbottito con i ritagli di stoffa».

Questa era la culla di Mario. «Perché una culla vera non ce la potevamo permettere, né io né i miei fratelli. Abbiamo dormito tutti nei cassetti». Nel laboratorio-negozio di vico Due Porte, ventiquattro metri quadri, non un centimetro di spazio libero.

C’è il «bancariello» di nonno Achille, dove Mario continua a chinarsi per intagliare i bastoni, che cade a pezzi ma non è stato restaurato: «Mi piace così com’è. Basta cambiare ogni tanto la barra poggiapiedi». Ci sono le cassettiere di nonno Achille, alcune riutilizzate per metterci i ferri del mestiere, altre conservate intatte con il loro campionario di ricordi fine ’800: manici, pomi, viti, tasselli, fibbie, nastrini.

C’è il vecchio tornio a pedale, modernizzato con l’aggiunta di un motore da lavatrice. Serve per applicare ai bastoni il meccanismo a scatto e le stecche che tengono tesa la stoffa. «A proposito di stecche - continua Mario - in realtà non si chiamano così, ma balene. Nell’antichità, quando il ferro non esisteva, si usavano le stecche di balena».

Ci sono le sagome di cartone che vengono poggiate sulla stoffa per disegnare, e ritagliare, gli «spicchi» dell’ombrello. Qualcosa manca, però. Qualcosa di fondamentale. Dove sono le macchine per cucire? «Quelle le teniamo a casa, perché qui dentro non c’è posto. Ne abbiamo due. Una elettrica, per il grosso del lavoro; una a pedale, che risale a cinquant’anni fa, per i bordi e le finiture». In un piccolo mondo così antico troviamo anche qualcosa che ci proietta nel futuro. È il sito internet creato per pubblicizzare l’attività di famiglia (www.mariotalarico.it).

Contiene la storia della ditta, l’elenco dei prodotti e l’istruzioni per l’uso del parapioggia: come ripiegarlo, come scuotere via l’acqua, come lasciarlo asciugare. Perché un ombrello è un ombrello, ma non tutti gli ombrelli sono uguali. «Per quanto riguarda la stoffa, siamo gli unici a produrre modelli in seta. Costa di più ed è molto difficile da lavorare, quando viene tesa sulle stecche bisogna stare molti attenti a non strapparla, ma l’effetto è magnifico: passateci una mano sopra». Magnifico davvero. «L’altro elemento è il legno. Possiamo scegliere tra diverse essenze, tutte pregiate: ciliegio, frassino, nocciolo, melo, hirory, castagno, ginestra, limone, corniolo, canna di malacca, canna da zucchero, canna di bambù». I clienti? Gente di classe, oggi come allora. «Nobili, magistrati, deputati, senatori. Persone che non considerano l’ombrello uno strumento per ripararsi dalla pioggia ma un accessorio elegante e ricercato. Non vendiamo solo a Napoli, ma in tutt’Italia e all’estero. Riforniamo un negozio di via Montenapoleone, a Milano, e un altro che sta a Parigi. Sempre con il contagocce, per non sacrificare la qualità: al massimo quindici pezzi ogni due o tre mesi. E lavoriamo anche per i teatri. Questo modello in pizzo nero ci è stato ordinato per un’operetta». Un signore di Bologna, soddisfatto per l’acquisto, ha spedito a Mario una lettera di ringraziamento.

E, tanto per restare in tema, si è divertito a scrivere in stile ottocentesco: «Caro maestro, più rapido del pensiero ho ricevuto la meraviglia, lo splendore, la sinfonia per palissandro e corno che avete avuto la bontà di inviarmi. Il problema adesso è di avere il fegato di portarlo in giro, perché esso è tale da giustificare una rapina, anche in caso di non pioggia. Mi accollerò però il rischio: perché gli oggetti d’uso, per quanto capolavori, se non si usano è come se non esistessero».

LE CURIOSITÀ Al chiuso porta male? Non è vero ma ci credo. «Regalate un ombrello. Se non piove pioverà». Questa e altre pillole di saggezza sono esposte in bottega per invogliare all’acquisto. A proposito: ma non si dice che aprire un ombrello al chiuso porti male? «Mio nonno è morto a 89 anni - racconta Mario - io ne ho 72 e mi sento benissimo. Qualche volta, però, capitano fatti strani. Un giorno ero ospite in uno studio televisivo per esporre i miei modelli. Quando ho aperto il primo ombrello è scoppiato un faro. E il regista, arrabbiatissimo, ha gridato: ”Portate via subito quell’oggetto del malaugurio!”» .

QUARTIERI SPAGNOLI Vico Due Porte a Toledo, Quartieri spagnoli. Che aria si respira, quassù? «Aria di crisi - sospira Mario Talarico - e pensare che un tempo questi vicoli esplodevano di vita e di ricchezza, qui ci abitavano i veri signori. Ma un brutto giorno è cambiato tutto». Il brutto giorno è il 23 novembre dell’80. Il terremoto trafigge i bassi e piega le fondamenta dei palazzi sontuosi, costringe all’esodo le famiglie benestanti, conserva quelle povere con il loro dramma di senzatetto. «Qui c’è gente che vive ancora in locali di fortuna, negli scantinati, e c’è pure gente che dorme in strada sulla sdraio perché una casa degna di questo nome non ce l’ha più». Con i residenti sono scappati via anche gli artigiani. Il calzolaio, il sarto, il falegname, quello che cuciva i cappelli su misura: tutti scomparsi senza lasciare tracce. Sopravvivono Mario, maestro degli ombrelli, una signora che ricama alla maniera antica, e pochi altri. «Se avessi la bacchetta magica trasformerei tutti i bassi in botteghe. Altro che San Gregorio Armeno, il vero presepe di Napoli potrebbe essere questo». La premiata ditta Talarico esporta in Italia e all’estero; ha un sito internet; esibisce nel laboratorio una nutrita serie di onorificenze e certificati di qualità. «Ma andare avanti con il mestiere non è facile - precisa Mario - ai ragazzi di oggi non piace lavorare con le mani, sperano di guadagnare molto e subito, non capiscono che questo è un investimento a lungo termine. Attività come la mia si possono solo tramandare di padre in figlio. Io non ho figli, però ho la fortuna di avere al fianco due nipoti che amano questo lavoro. A loro, che pure portano un altro cognome, affiderò la vita della ditta Talarico e il ricordo di mio padre e di mio nonno». Certificato di qualità dall’Ordine cavalleresco Non è un diplomino da niente, quello che Mario ha incorniciato e appeso al muro in un punto strategico del negozio: è il certificato di garanzia concesso nel 2000 alla ditta Talarico dal Cavalleresco Ordine dei Guardiani delle Nove Porte. «I signori che fanno parte di questo sodalizio tengono molto all’eleganza - spiega Mario - per ogni capo d’abbigliamento e ogni accessorio, dalla scarpa alla cravatta, scelgono un particolare fornitore. Per gli ombrelli è stato indicato il mio nome».